
Lo chiamavano così, “il Mago di Arcella”. Perché sapeva incantare. Incantava le persone, i notai, i figli, le mogli e le ex mogli. Ma il sortilegio si è infranto in una data precisa: 3 ottobre 2017. Giorno in cui finalmente i figli della seconda moglie andarono dal notaio per far aprire il testamento. Da chiedersi come abbiano potuto depositare in una causa questo testamento prima ancora di averlo pubblicato. La domanda è questa: è un vero testamento del mago di Arcella o è una scrittura privata?

Quel giorno fu pubblicata una scheda testamentaria segreta del Mago di Arcella, un documento che avrebbe dovuto parlare con la voce della sua ultima volontà. E invece no.
Non era un testamento. Era un monologo confuso, una confessione a mezza voce, un delirio in punta di penna. Un foglio che sventola tra le carte notarili con l’arroganza di chi pretende di decidere oltre la morte, ma non ne ha più la forza. Né il diritto. Perché nella “scheda” del Mago, non c’è testamento. C’è solo il rumore dei fantasmi. Di figli contrapposti, di proprietà svanite, di denari che entrano e spariscono come in un gioco di prestigio. Non una parola chiara, non un atto di volontà conforme all’articolo 587 del Codice Civile. E se manca la volontà attuale di disporre post mortem dei propri beni, non si può parlare di testamento. Punto.
Scrisse, o qualcuno scrisse per lui, che la villa di via Rufelli 91, ad Ariccia, era stata venduta e il ricavato donato ai figli Bruno e Gloria, nati dal primo letto. Ma era una bugia. Il prezzo fu pagato con dodici cambiali, e la metà della casa apparteneva alla prima moglie, Ricci Eleonora Teresa. Nessuna traccia di quel denaro in favore dei figli. Nessun bonifico, nessuna quietanza. Nulla. Oltretutto i figli erano troppo piccoli per riscuotere.
Scrisse, o qualcuno scrisse per lui, che il piano terra della villa di via Rufelli 89 era stato donato alla figlia Gloria. Ma anche questa era una menzogna. Quel piano fu venduto. Lo attestano i rogiti, lo confermano le date. E Ricci Eleonora Teresa, nel 2004, aveva ancora la residenza nella casa di via Tuscolana.
Scrisse, o qualcuno scrisse per lui, che la figlia Gloria comprò un casale a Velletri con il suo aiuto. Ma fu comprato da altri: e con mutuo, non con prestiti familiari. E il conto del Mago non registra nessun prestito. Nessuna traccia.

Scrisse, o qualcuno scrisse per lui, che la gioielleria “Momenti d’oro”, in via Nettunense, era nata nel 1988 con i suoi soldi e quelli della moglie defunta. Ma chi ci crede? La seconda moglie non avrebbe speso un soldo per la figlia della prima moglie del marito. E la gioielleria era di zia Iole, non della moglie di Rodolfo che Laganà, ma la mamma. E non servì alcun adeguamento, perché era già funzionante. Altro che 300 milioni di lire e 9 chili d’oro. Fantasie. Inganni. Neanche un prestito di 30 o 12 milioni risulta esistente per sanare debiti con la Banca di Roma. Gloria aveva una causa contro la Banca di Roma che ha vinto ed è stata risarcita.
E così via, pezzo dopo pezzo, si sgretola il testamento del Mago. Il negozio di via Luigi Amabile ad Avellino? Non fu venduto per donare nulla ai figli. L’appartamento in via Tagliamento? Addirittura ha dimenticato che il suddetto era già intestato ai figli, regalato dalla nonna materna. Invece lui asserisce di essere il proprietario e di averlo donato.
Il bar Montecarlo in via Annaruma? I bambini a cui fu destinato il ricavato della vendita avevano otto o dieci anni. Minorenni. Impossibile ricevere simili somme senza l’autorizzazione del giudice tutelare. E Battista e Ricci erano in separazione dei beni. Altro che donazioni tacite.
E la casa del padre, a Montefredane? Donata ai nipoti. Il nonno donò per riconoscenza la sua legittima perché la prima moglie di Antonio Battista, essendo benestante , ristrutturò la proprietà. Battista Antonio non fece alcuna azione di riduzione. Aveva avuto tempo. Non volle.
E la villetta in via Tuscolana 1243/A? Venduta, si dice, dai figli del secondo letto, con incasso di 700 mila euro per il padre. Ma dove sono i movimenti bancari? chiediamo la dimostrazione.
Anche i 100 mila euro che avrebbe ricevuto nel 2007 dai figli più giovani per lasciare l’appartamento sopra il Castello Bianco sono solo un’altra invenzione. In realtà vi è una scrittura privata che parla di 50 mila euro, in contanti, con intento simulatorio.
E ancora, la separazione legale dalla seconda moglie. Il Mago dichiarò di ricevere 1.800.000 euro per la cessione del 50% del Castello Bianco. Ma nei documenti non ve n’è traccia. Nessun assegno, nessun bonifico. Nessuna realtà. Era ancora in vigore la lira, quindi questa cifra non può scomparire nel nulla.
E allora resta solo un dubbio. Anzi, una certezza amara: che quella scheda non l’abbia nemmeno scritta lui, perché non era scritta di suo pugno ma solo firmata. Che non fosse più lucido. Che non sapesse più distinguere il vero dal falso. Che fosse solo, stanco e malato.
E così muore il mito del Mago. Non con uno schianto, ma con un sussurro ingannevole su carta intestata. Non un testamento, ma un ultimo incantesimo mal riuscito.